Patagonia

Dove il vento è l'unico confine, tra ghiacciai, steppe e silenzi infiniti

La Patagonia non si visita, si attraversa. Oltre tremila chilometri tra Argentina e Cile dove il vento soffia senza sosta, i ghiacciai avanzano invece di ritirarsi e il paesaggio cambia pelle ogni giorno: steppa, foresta, fiordo, montagna. Non è una cartolina, è uno degli ultimi territori delle Americhe dove la natura detta ancora le regole.

Organizziamo viaggi in Patagonia dal 1997: abbastanza a lungo da sapere che qui il vento decide il programma, che le distanze si misurano in ore più che in chilometri e che ad avere fretta si perde tutto. Per questo i nostri itinerari la attraversano lentamente, nel modo in cui chiede di essere attraversata.

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C’è un motivo per cui la Patagonia resta impressa più di molti altri luoghi: qui la natura non è uno sfondo, è protagonista. Il ghiacciaio Perito Moreno è uno dei pochi al mondo ancora in avanzata, non in ritirata: 250 chilometri quadrati di ghiaccio, trenta di lunghezza, che si carica d’inverno e si scarica d’estate mantenendo sempre la stessa massa. Fa parte del campo di ghiaccio patagonico, la terza riserva d’acqua dolce del pianeta dopo Antartide e Groenlandia. Il vento della Patagonia centrale, invece, non è un dettaglio meteo ma un personaggio: piega gli alberi in una sola direzione, decide se un’escursione si può fare o no, ed è spesso la prima cosa che chi ci è stato racconta una volta tornato a casa.

È una terra di contrasti estremi e di spazi che ridefiniscono la scala delle cose: pianure steppiche che sembrano non finire mai, vette andine che si stagliano all’improvviso, iceberg che galleggiano in silenzio, colonie di pinguini e balene franche australi che vivono la loro vita senza badare a chi le osserva. In alcune zone il terreno restituisce fossili di sessanta milioni di anni fa, in un paesaggio che somiglia più alla luna che alla Terra.

Ma c’è una dimensione che i paesaggi da soli non raccontano. Questa terra fu popolata da genti arrivate a piedi attraverso lo stretto di Bering, e i loro discendenti — Mapuche, Tehuelche — hanno lasciato segni che si vedono ancora. È anche il luogo di una delle pagine più buie del continente: la cosiddetta conquista del desierto, che tra il 1833 e il 1879 cancellò gran parte di quei popoli. Attraversare la Patagonia sapendolo è un’esperienza diversa dal fotografarla.

Ed è ancora, in gran parte, un territorio dove il turismo di massa non è arrivato: strade sterrate, villaggi minuscoli, distanze che si misurano in ore più che in chilometri. Un luogo che restituisce, a chi ha la pazienza di attraversarlo lentamente, il raro privilegio della vera scoperta.

In Patagonia le stagioni sono invertite rispetto all’Italia: l’autunno e l’inverno italiani corrispondono alla primavera e all’estate patagonica, il periodo migliore per partire. La finestra ideale va da ottobre a marzo, quando le giornate sono più lunghe e i sentieri di trekking sono aperti.

Anche nella stagione più favorevole il clima resta imprevedibile, perché a governarlo non è la latitudine ma l’oceano: le correnti antartiche rendono il clima prevalentemente oceanico e mutevole. Si può passare dal sole pieno al vento gelido nello stesso pomeriggio, soprattutto vicino alle Ande. Non è un ostacolo, è parte del carattere del luogo — a patto di partire con l’abbigliamento giusto: strati termici, giacca antivento e impermeabile, niente jeans.

La Patagonia si racconta su due fronti, argentino e cileno, e ogni tappa ha il suo carattere. A Buenos Aires, porta d’accesso al continente, i quartieri storici di San Telmo e La Boca anticipano un ritmo completamente diverso da quello che si troverà più a sud.

Sulla costa atlantica, la Penisola di Valdés e Punta Tombo ospitano balene franche australi, elefanti marini e la colonia di pinguini magellanici più grande del Sud America. Scendendo verso sud, le Cuevas de las Manos custodiscono una delle testimonianze più antiche del continente: centinaia di impronte di mani dipinte in negativo sulla roccia di un canyon, le più vecchie di tredicimila anni. Sono patrimonio UNESCO, e sono il momento in cui la Patagonia smette di parlare di natura e racconta chi c’era prima.

Più a sud, El Chaltén — “montagna che fuma” nella lingua dei Tehuelche, per le nubi che quasi sempre avvolgono la cima — è il regno del trekking andino, con i campi base del Fitz Roy e del Cerro Torre a incorniciare l’orizzonte, mentre il ghiacciaio Perito Moreno resta uno spettacolo che si può osservare — e ascoltare, quando si stacca il ghiaccio — per ore.

Attraversato il confine cileno, il Parco Nazionale Torres del Paine è probabilmente il più celebre del Sud America: torri di granito che si alzano verticali come sentinelle, laghi color turchese, guanachi — i parenti selvatici dei lama — che pascolano indisturbati. Più a nord, la Carretera Austral apre su una Patagonia meno battuta — fiordi, il Parco Pumalin, le Cuevas de Mármol — dove il turismo è ancora un’eccezione. Il continente si chiude a Ushuaia, la città più australe del mondo, tra il Canale di Beagle e il Parco Nazionale della Terra del Fuoco.

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