In viaggio con Baraka, il film che incanta

Attraverso il nostro blog, abbiamo pensato di portarvi con noi a fare un viaggio particolare. E come mezzo di trasporto abbiamo scelto il cinema, che incanta, fa sognare e che non solo ci permette di conoscere e riconoscere luoghi lontani, ma anche di riflettere e di scoprire nuove prospettive.

Viaggiamo oggi attraverso lo sguardo di Baraka”, un film dalla fotografia meravigliosa, creato dal regista Ron Fricke nel 1992. Quest’opera d’arte cinematografica non usa parole, né una sequenza narrativa, bensì l’immagine di persone, luoghi, riti e consuetudini provenienti da tutto il mondo che, come pezzi di un gigantesco puzzle, solo se uniti delineano la forma e la potenza del suo disegno complessivo. In lingua sufi “Baraka” significa “alito di vita” o “benedizione“.

Il film è stato girato in 152 luoghi di 24 paesi: Arabia Saudita, Argentina, Australia, Brasile, Cambogia, Cina, Città del Vaticano, Ecuador, Egitto, Francia, Hong Kong, India, Indonesia, Iran, Israele, Giappone, Kenya, Kuwait, Nepal, Polonia, Tanzania, Thailandia, Turchia, e Stati Uniti. Nonostante questa molteplicità di luoghi, non è sul “dove” che il film si concentra, bensì sulla sostanza di questi luoghi, sulla loro essenza e su quella delle persone che li abitano. Dalla giungla urbana alla desolazione del deserto, dalla vitalità dei canti e dai colori delle danze indigene, all’atrocità degli ex campi di concentramento e alla povertà assoluta. Baraka mostra il senso globale del mondo, con la diversità dei suoi popoli e delle loro espressioni che si riuniscono in un senso che comprende tutto e dove la Natura e vi si lega indissolubilmente. In Baraka la vita sulla Terra non è né in equilibrio né immobile, ma dinamica, violenta, potente. Meravigliosa e orribile allo stesso tempo. Baraka invita ad aprire il cuore e la mente. Le immagini ci prendono per mano, trascinandoci letteralmente in un viaggio intorno al mondo. Osserviamo impotenti la monumentalità dell’Ayers Rock o la perfezione del rito polinesiano del Kecak, passando per ritratti di aborigeni degni del miglior Sebastião Salgado.

Ayers Rock

Tuttavia, Baraka non è solo ‘benedizione’, ma anche dolore e morte. Il regista mostra allo spettatore la follia dell’uomo, la sua parte più vile e meschina che diventa protagonista. Baraka è un’esperienza sensoriale che oscilla repentinamente tra la bellezza e la meraviglia, tra il cuore che respira felice, e il desiderio di spegnere la follia e l’orrore dell’uomo che deturpano la perfezione del mondo, tanto da preannunciarne la fine. Nonostante il film sia datato 1992, non c’è argomento quanto più attuale. E’ un intento di metterci in allerta, di farci ricordare i legami fondamentali tra società, riti e religione. Inizialmente confusionali, le immagini del film saltano da un sito all’altro del pianeta, per poi invece rivelare i suoi significati più profondi. Memorabile e’ la scena in cui viene raffigurata la frenesia del l’uomo moderno, di corsa nelle strade, nella metropolitana, per poi paragonarlo con crude immagini in una fabbrica, dove pulcini vengono trascinati e selezionati con inquietanti macchine e procedimenti innaturali, per poi finire tutti rinchiusi in delle gabbia, a sfornare uova.

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